martedì 21 ottobre 2014

TU CHIAMALE SE VUOI ... EMOZIONI


La magia dei sensi a Morbegno sabato 18 e domenica 19 ottobre durante la mostra del Bitto
 
Si abbassano le luci, una musica di sottofondo accompagna Loretta che si muove leggera dietro i tavoli e benda tutti i partecipanti con tele colorate.  Davanti alle persone bendate è messo un piattino, con dell’insalata tagliata finemente e sopra due pezzetti di Bitto, uno giovane e uno vecchio. Una voce fuori campo introduce il racconto della lavorazione del Bitto:

Tutto inizia lì, negli alti pascolo degli alpeggi valtellinesi dove le mucche possono respirare a pieni polmoni l’aria pura e frizzante  della montagna e pascolare nei prati ricchi di erba fresca e fiori.
Il tintinnio echeggiante dei campanacci si diffonde per tutto il territorio mentre le vacche si muovono lentamente cercando i ciuffi d’erba più preziosi, bevendo l’acqua pura delle sorgenti, nutrendosi della ricchezza di questi pascoli incontaminati.
Gli odori dell’erba, dei fiori, degli animali si fondono in un’armonia che il vento trasporta per tutto l’alpeggio.
Tutto inizia lì e termina nella produzione di un formaggio unico: il Bitto.”

Poi tutti sono invitati a porre le mani nel piatto, e prendere il primo pezzetto di formaggio, a toccarlo, ad annusarlo, a metterlo in bocca per scoprire l’odore di latte, di erba, per percepire in bocca la morbidezza e la dolcezza del Bitto di settanta giorni.

Rimettete le mani nel piatto e in mezzo all’erba, pardon all’insalata, troverete un altro pezzetto di formaggio. E’ più duro, rompetelo ancora in due pezzetti e sotto il naso sentirete odori più intensi, di bosco, di essenze di montagna, di fumo… e adesso in bocca: la morbidezza e la buttirrosità tipiche del formaggio giovane si sono trasformate in qualcosa di più strutturato che richiede una masticazione energica, ma poi a contatto con la saliva ecco che si scioglie lentamente regalandoci sensazioni di dolcezza che si fondono con una sapidità complessa ma ben equilibrata.
La saliva continua a sciogliere il formaggio, liberando diversi  aromi che nuovamente ci portano lassù dove nasce il Bitto, dove  non si pratica la concimazione chimica, dove le vacche bevono l’acqua pura delle sorgenti, brucano l’erba di montagna ricca di essenze, e dove i casari lavorano un latte prezioso, appena munto, freschissimo, ancora caldo, vivo, naturale.”

Loretta accarezza con una piuma il viso dei partecipanti togliendo la benda. La musica aumenta. Sono proiettate immagini di vita nell’alpeggio. Loretta inizia a ballare e l’immagine del suo corpo si sovrappone alle vacche al pascolo, alla mungitura, al latte nella caldaia, al fuoco, alla cagliata che si sta formando nella caldaia.
La fusione delle immagini riesce a creare emozioni particolari. Un applauso spontaneo accompagna Loretta che scompare dietro lo schermo.
L’intensità della luce aumenta, due ragazze portano un nuovo piatto: un orzotto mantecato con Bitto e mela i cui colori vogliono rappresentare il fuoco, la cagliata rotta in granelli di riso, e la nera caldaia. I commensali assaporano lentamente il contenuto del piatto, le luci si abbassano nuovamente ed ecco Loretta, avvolta da leggere stoffe colorate, ritorna tra i tavoli muovendo le tele con grazia, cercando di ricordarci i colori della vita in alpeggio:
l’azzurro del cielo, il verde dell’erba, il giallo e rosso del fuoco della legna che brucia, il nero della caldaia, il grigio del fumo, il bianco del latte e il giallo del Bitto.
Nuova creazione dallo chef Egidio Della Valle: in un angolo di un piatto quadrato, una cialda contenente una fonduta di Bitto è posata sopra alcuni steli di erba cipollina e un fetta di carota stilizzata a mo’ di fiamma. Una sottile fetta di pane di segale è appoggiata sopra la cialda. Il piatto quadrato non è stato scelto casualmente, vuole rappresentare il calecc, così come la posizione della cialda vuole ricordare che il focolare è sempre in un angolo del calecc. E il pane di segale ha lo stesso colore del telo utilizzato per estrarre la cagliata e vuole rappresentare il telo del calecc.
Il racconto continua.

“la camicia arrotolata sulle braccia, eccolo con la testa nella caldaia, le mani che tengono un telo immerse nel liquido ancora caldo, la cagliata che è raccolta nel telo con gesti sicuri, consolidati da un’esperienza tramandata nel tempo. Il viso quasi a contatto con il serio, l’unione dei quattro angoli del telo e poi con uno scatto il fagotto viene estratto, appoggiato per qualche secondo sula masna per la prima sgocciolatura prima d essere messo nella fascera di legno. Con gesto rapido il telo che contiene la cagliata viene messo sullo "spersore" e quindi all’interno delle fascere di legno. Un primo schiacciamento a mano per non creare vuoti nella pasta, e poi per ventiquattro ore le forme vengono sottoposte a pressione per favorire l'espulsione del siero. Ma il lungo lavoro del casaro non finisce qui, occorre portare il formaggio appena fatto alla casera, effettuare la salatura.
E lì nel silenzio della casera, vicino alle forme dei giorni prima che riposano, le mani del casaro dosano il sale che viene sparso sulle forme, ora sull'una ora sull'altra faccia, oltre che sullo scalzo. Ecco adesso il formaggio è pronto per iniziare quella maturazione che si completerà nelle cantine di fondovalle”.

Ultima emozione. Il corpo di Loretta, chiuso in un sacco di tela grigia, si agita dolcemente davanti allo schermo dove le immagini della lavorazione del formaggio si susseguono. Il corpo si muove lentamente come fosse l’azione dei microrganismi presenti nella cagliata, chiusa nel telo.  Poi piano piano, il corpo di Loretta esce dalla tela e finalmente il bittto è pronto per la maturazione in casera.
 

mercoledì 1 ottobre 2014

BRAVA RITA


“ Ogni concorrente dovrà fornirsi di sgabello (scagn) e secchio per la mungitura. Verranno dati due minuti di tempo, segnalati dalla giuria. Il campionato si svolgerà in un'unica prova.”
Cosi dice il punto 5 del regolamento del Campionato del mondo di Mungitura a mano tenutosi domenica 28 settembre a Lenne in provincia di Bergamo.
La manifestazione ha visto la partecipazione di un numerosissimo pubblico e di 43 concorrenti, tra cui 8 giovani e 7 donne, arrivati da tutta Italia, dall’ India, dalla Svizzera e dalla Polonia.
Presente anche una valtellinese, Rita Duca di Talamona, anni venti, classificatasi al 2° posto nella categoria donne, mungendo 5 litri di latte in due minuti.
Il vincitore assoluto è stato invece Gianmario Ghirardi, che ne ha addirittura munti 8,7 litri. 

 Ma al di là della classifica è importante sottolineare l’obiettivo della manifestazione, nata con lo scopo di valorizzare un’ arte custodita ancora in molti alpigiani che nel periodo estivo caricano alpeggi dove la mungitura a mano è una scelta produttiva per poter far pascolare gli animali in posti dove il carro mungitore non può essere posizionato e soprattutto per poter lavorare il latte appena munto, ancora caldo.
Alpigiani che hanno ancora un rapporto vivo, reale con gli animali e con il territorio dove passano la loro estate. E qui la loro giornata inizia quando è ancora buio: mattinate fredde, alcune volte sotto l’acqua battente, gelida, altre volte in mezzo alla nebbia, le mani intirizzite dal freddo che accarezzano e poi stringono le mammelle delle vacche.
 
Un mondo che sembra lontano nel tempo e che invece è ancora presente in molti alpeggi della Valtellina, della bergamasca della bresciana.
Un mondo che riesce a produrre formaggi particolari, a latte crudo, ricchi di profumi e sapori della montagna.
Il campionato mondiale di mungitura, diventa così l’occasione per far conoscer quest’arte, per ridare dignità agli alpigiani, per far capire ai bambini che il latte che bevono tutte le mattine è prodotto dalle mucche (non ridete, anche in provincia di Sondrio, ci sono bambini che non hanno mai visti una mucca).
 
Dispiace allora leggere che le associazioni animalistiche italiane hanno chiesto di vietare nei prossimi anni il campionato mondiale di mungitura delle vacche a mano.
Nel comunicato si legge “ Esistono delle leggi ben chiare in proposito, In particolare l’art. 544 del codice penale che vieta gli spettacoli e le manifestazioni che comportano strazio o sevizie per gli animali e abbraccia tutte le figure che concorrono a qualunque titolo ad organizzare, coordinare, sostenere, pubblicizzare tali eventi”.
 
Noi valtellinesi, credo non possiamo condividere la richiesta di vietare una manifestazione che ha valorizzato un’arte che fa parte della nostra cultura, della nostra storia.
Noi valtellinesi abbiamo fatto il tifo per la nostra Rita, che quando è in alpeggio,al passo S.Marco, ha sicuramente un rispetto quasi sacro per le sue mucche.
Ed è proprio il suo grande sorriso, vicino alla mucca preferita, apparso sui giornali locali in questi giorni a ricordarci che ci sono ancora tante persone soprattutto giovani che amano la montagna, che amano le mucche, e amano sentire le loro mammelle tra le mani.

 

 

 
 




domenica 14 settembre 2014

A BEROLA RIAPRE L'ANTICO FORNO

Ha riaperto, anche se per ora solo due giorni alla settimana ( venerdì e sabato) il panificio di Berola, piccola contrada del comune di Ponte in Valtellina.
Inserito in una antica casa, un tempo di proprietà dei nobili Piazzi, il locale ha le caratteristiche di quei panifici di un tempo, con le piccole piastrelle bianche a metà muro, le piastrelle del pavimento screziate, i piani di lavoro in marmo e il  grande forno a legna che emana un piacevole calore. E' rimasto  così come l'avevo visto  una decina d'anni fa, quando avevo conosciuto Luigi, deceduto ancora giovane.

                                        
Entrando  nel panificio  mi sembra ancora di vedere  Luigi che davanti al  grande forno  a legna, mentre  toglie le pagnotte di segale,  mi racconta i pregi della cottura del pane in  un grande forno a legna. “Quando il pane cotto viene tolto dal forno asciuga meglio e rimane meno secco … durante la fase dell’impasto è fondamentale controllare il tempo, l’umidità dell’aria, la temperatura esterna, e soprattutto la luna… tutti fattori che vanno analizzati nell’aggiungere acqua alla farina perché l’assorbimento è diverso. Con la luna calante, per esempio, la quantità di acqua aumenta. Ogni giorno la lavorazione è diversa. Ogni giorno aprendo il forno il pane potrebbe essere diverso… ormai l’esperienza mi permette di poter capire già dall’impasto se il risultato finale sarà accettabile …”
 
E’ tutto uguale. Oggi, al posto di Luigi, ci sono il cognato Cleto, e il nipote  Fabrizio,  ma nelle loro parole traspare il desiderio di continuare il lavoro di Luigi, ma soprattutto di perpetuare  una  tradizione iniziata più di duecento anni fa.
 L’amore per la genuinità, per i prodotti del territorio si concretizza  nelle pagnotte  di   segale fatta ancora  con la lievitazione naturale, utilizzando farina derivante da segale coltivata nella vicina Teglio. “Un pagnotta  a chilometro zero”, la definisce Cleto, " come vuole la tradizione di Ponte. Non le classiche ciambelle prodotte in altre zone della provincia.  A Ponte la tradizione vuole che il pane di segale sia fatto a mo’ di pagnotta, da conservarsi appoggiandola verticalmente in apposite rastrelliere".

 
E’ un pane con crosta sottile, una buona quantità di mollica,  caratteristiche derivanti  dalla  lenta cottura nel forno a legna. Un pane  da tagliarsi a fette, che si consuma per diversi giorni mantenendosi sempre abbastanza morbido.
La camera di lievitazione sotto il forno è aperta. Cleto estrae le assi di legno e poi inserisce nel grande forno, profondo più di tre metri, le pagnotte, posizionandole una alla volta.
 
Su un piano di lavoro sono pronte per essere infornate diverse teglie di un dolce particolare che veniva fatto solo a Ponte: la fugascia dolce, preparata  con farina di segale burro e zucchero. Un dolce unico, da consumarsi caldo, appena sfornato o riscaldato nel forno per poter sentire il delicato aroma dello zucchero e del burro caldo.

Un dolce nato per caso “inventato" dalla bisnonna di Fabrizio che per non sciupare  un  piccolo avanza d pasta   insufficiente per fare altro pane, ha bucherellato con le dita l’impasto, cospargendolo, prima di infornarlo,  con  burro e zucchero.


Il giovane Fabrizio, mi parla di se. Dopo gli studi di perito agrario, vuole imparare l’antico mestiere del panettiere. Mi mostra con entusiasmo  il mulino, che verrà ristrutturato presto e che  permetterà di macinare ancora a pietra  i cereali; mi mostra altri prodotti preparati nel forno,  come il pane con le noci,  il panun, i gudensin, piccoli biscotti tipo i cantucci toscani, che prendono il nome dal soprannome della famiglia, i Gudens. Poi mi fa assaggiare alcuni tipi di pane che  Cleto sta  sperimentando: pane di grano con il farro o con il mais  o ancora  con il grano saraceno.   Pani particolari  che ti lasciano in bocca il sapore del pane di una volta.

Prima di salire  le scale di questa vecchia casa, ancora apprezzabile per la sua eleganza esteriore, mi affaccio al balcone.
Nel terreno sottostante non c’è più la vigna di Luigi, oggi c’è un campo coltivato a grano saraceno che proprio in questi giorni appare nello splendore della sua fioritura.
Un buon auspicio per chi vuole riportare a Berola il profumo del pane appena sfornato ma soprattutto vuole  produrre e valorizzare la pagnotta di segale a chilometro zero.

P.S. per acquisti e prenotazioni dei prodotti del Forno di Berola telefonare allo  0342 484248.
 
                                          

martedì 12 agosto 2014

LA QUICHE TIRANESE




Il Chisciöl (dal francese quiche, pronuncia Kisch) è una frittella bassa, grande in genere come il fondo della padella, preparata con farina, acqua e formaggio, cotta a fuoco lento per diventare croccante e assumere un bel colore dorato.

Una volta lo cucinavano anche con sola farina nera, ma oggi soprattutto per migliorarne la morbidezza è preparato miscelando la farina di grano saraceno con quella di frumento, in proporzioni diverse secondo i luoghi.

E se gli ingredienti base sono gli stessi (due tipi di farine, formaggio Valtellina Casera, strutto, acqua e sale), alcune differenze, secondo i luoghi, riguardano le proporzioni delle farine: 2 parti di farina di grano saraceno e 1 parte di farina bianca a Sernio; 3 parti di farina di grano saraceno e 2 parti di farina bianca a Tirano; 3 parti di farina di grano saraceno e 1 parte di farina bianca a Bianzone, dove prende il nome di Fritula; 1 parte di farina di grano saraceno e 1 di farina bianca a Grosio dove prende il nome di Fiadarda. 

Ma la nomenclatura continua anche in altri declinazioni locali, come i “chisciölìn”, o “ sciattin” di dimensioni piccole come frittelle, preparati per comodità nei ristornati, o i “cicc” a Montagna dove la frittata viene cotta al forno. Altre piccole differenze nelle varie preparazioni riguardano l’ag-giunta del vino a Sernio, della grappa a Tirano, dell’uso del siero o del latte al posto dell’acqua a Grosio.
 In tutti i casi il segreto sta nell’utilizzazione di una padella di ferro e nel uso dello strutto come ingrediente per friggere come dice la lode al chisciöl pubblicata della Confraternità del Chisciöl: … Ludàa ta sée, per fradèl cundimént strüt de ciùn che ‘l g’à dà güst sutìl e ‘l fa mìga tàca giù ‘l Chisciöl ‘n dela padèla de fèr…( Lodato Tu sei, per fratello condimento strutto di maiale, il quale dà gusto sottile e fa che il Chisciöl non attacchi nella padella di ferro)...

La Confraternità è un’associazione nata nel 2006 con lo scopo di celebrare e consolidare una tradizione gastronomica importante al fine di dare lustro a un cibo sano, genuino e gustoso qual è il chischiöl abbinandolo agli eccellenti vini del luogo.

Lo scopo della Confraternita è anche di tutelare, promuovere, valorizzare e diffondere i Chisciöi, essendo questi parte della storia del tiranese e con il vino e altri prodotti locali chiara espressione di civiltà e del modo di essere della gente montanara.

Una ricetta del resto semplice, come sono i piatti della tradizione alimentare valtellinese, che si accompagna con la freschezza di un’ insalata e che potrà sicuramente darvi delle sorprese per la piacevolezza in bocca.

Riporto la ricetta presa dal sito della Confraternita (www.confraternitadelchisciol.com) ricordando che sul sito si trova anche la sequenza fotografica della preparazione.

Ingredienti

3 parti di farina di grano saraceno
2 parti di farina bianca
formaggio di “casera” semigrasso saporito
un po’ di grappa
un cucchiaio di strutto di maiale
acqua e sale quanto basta

Preparazione

 Il chisciöl deve essere cucinato in una padella rigorosamente di ferro.
Preparare la pastella, mescolando 3 parti di farina di grano saraceno e 2 parti di farina bianca con un po’ di grappa, acqua e sale q.b. fino ad ottenere un impasto sufficientemente amalgamato e liquido ma non troppo.
Sciogliere nella padella un cucchiaio di strutto di maiale, quindi versare uno strato di pastella di mezzo centimetro circa in altezza. Ricoprire con formaggio di casera semigrasso saporito tagliato a fettine piccole.
Affondare lievemente il formaggio nella pastella, coprirlo con altra pastella e cuocere a fuoco lento per circa 10 minuti avendo cura di far rapprendere la pastella senza fuoruscita di formaggio.

venerdì 1 agosto 2014

HO CERCATO PIZZOCCHERI SU GOOGLE


Circa 517.000 risultati.

Il mio viaggio virtuale alla ricerca delle notizie sui pizzoccheri valtellinesi ha subito dimostrato come questa ricetta appartenente alla tradizione alimentare della nostra provincia sia spesso riportata nelle varie pagine web senza il rispetto dei quantitativi degli ingredienti utilizzati nella ricetta tradizionale, ma soprattutto senza quel giusto e doveroso legame col territorio valtellinese.

La preparazione dell’impasto utilizzando proporzioni corrette di farina di grano saraceno e farina  di frumento serve per avere delle tagliatelle con una morbidezza e consistenza giusta; l’utilizzazione dei classici ingredienti ha una sua logica storica e culturale oltre ovviamente permettere il giusto equilibrio di sapori.
Ma tutto questo cliccando sulle varie pagine sembra essere dimenticato.
Troviamo, infatti, impasti fatti con farina di grano saraceno e farina bianca in proporzioni totalmente diverse: 50% di saraceno e 50% di frumento, altri 30 e 70 o ancora 70 e 30.
L’utilizzazione delle uova e del latte  appare in diverse ricette.
Non parliamo poi degli altri ingredienti come le verdure dove tra le classiche verze e patate troviamo anche carote, carciofi, spinaci, zucchine, cavoli, broccoli, o i formaggi,  Bitto, Fontina, generici formaggi freschi, (raramente si trova il Valtellina Casera o il Latteria). La quantità di formaggio e di burro è un altro dato totalmente impreciso e vario, spesso addirittura mancante nella quantificazione. Diversità anche nella cottura della verdura con tempi di cottura delle verze anche di 30 minuti.
Riporto per completezza l’analisi dei siti della prima pagina di google, considerata dai navigatori di internet la pagina s più importate.
Il sito dell’Accademia dei Pizzoccheri è al 3° posto, dopo Wikipedia e dopo Giallo Zafferano.

 1) Wikipedia.it:

La ricetta pur non riportando la quantità degli ingredienti, presenta materie prime corrette. Alcune perplessità riguardano le considerazioni che seguano la ricetta tradizionale: le più comuni varianti prevedono la sostituzione della verza con spinaci o fagiolini e l’uso della Fontina al posto del Valtellina Casera. Nella cucina dei grandi chef, più ricca, vengono spesso introdotti nei condimenti anche tartufo o porcini mentre, a causa del suo particolare sapore, si riduce la percentuale di grano saraceno nell’impasto per venire incontro alle esigenze di un pubblico più vasto. 

2) Le ricette di GialloZafferano.it: la ricetta è descritta correttamente.

3) Accademiadelpizzocchero.it: è la ricetta presa come base per il confronto.

4) Pizzoccheri alla Valtellinese – la ricetta di Buonissimo:
Non specifica come preparare le tagliatelle, ma indica genericamente l’utilizzo di pizzoccheri secchi. Tra gli ingredienti mette formaggi morbidi che poi nella preparazione diventano (Bitto, Pizzoccheraia, Casera o in mancanza di altro Fontina).

5) Tutte le ricette con pizzoccheri- cucina- Donna Moderna:
Si trovano 38 ricette tra le quali le più curiose sono: Pizzoccheri cavolini, carote e castagne, Pizzoccheri al taleggio con pere e noci, Pizzoccheri con spinaci e prosciutto, Pizzoccheri con gamberi e cicoria, Pizzoccheri mele e noci, Pizzoccheri in crema di ceci, Pizzoccheri con cipollotti, Pizzoccheri con le fave, Pizzoccheri con fave, salame e pecorino.
Ci sono poi i Pizzoccheri della Valtellina dove all’impasto fatto con 50% di farina di grano saraceno e 50% di farina bianca è aggiunto un uovo e un bicchiere di latte, il formaggio è un formaggino a basso tenore di lipidi.
In un ‘altra ricetta, Pizzoccheri classici della Valtellina, troviamo tra gli ingredienti 100 g farina di frumento tipo 0,250 g di farina di grano saraceno, 250g di formaggio Bitto.Non viene utilizzato il formaggio in grana da grattugia.

6) Pizzoccheri classici della Valtellina- Ricette. Misya.info:
Pur non riportando le quantità degli ingredienti, la ricetta va segnalata positivamente per quest’affermazione: I pizzoccheri alla valtellinese sono il piatto simbolo della cucina della Valtellina, ma sono molto apprezzati anche in altre regioni di Italia, l’unica difficoltà nell’esecuzione del piatto è quella di reperire il formaggio casera, un formaggio dop che però può essere sostituito con della fontina come ho fatto io, non sarà la stessa cosa, ma pazienza.

7) Ricetta pizzoccheri della Valtellina – Cucchiaio d’argento:
Gli ingredienti utilizzati sono: 150 g di farina di grano saraceno, 75 g di farina bianca, 1 uovo, latte, 1 patata, 400g di verza, 140 g di formaggio tipo latteria o altro formaggio magro, una cipolla. Una curiosità: utilizza tre tegamini diversi per appassire e dorare nel burro rispettivamente la cipolla tagliata a fettine sottili, l’aglio e la salvia.

8) Pizzoccheri della Valtellina- buttalapasta.it:
Quasi corretti gli ingredienti a parte l’utilizzazione del formaggio Bitto.
Va segnalato negativamente il consiglio dell’abbinamento con il vino: I pizzoccheri della Valtellina, sono un primo piatto tipico dell’Italia settentrionale, facile da preparare e buonissimo da mangiare! Verza, patate e formaggio sono gli ingredienti principali di questa pietanza tipicamente invernale e da servire necessariamente calda! I pizzoccheri possono essere serviti con vini rossi, come il Nero Davola e Merlot, che grazie alla loro corposità, esaltano il gusto forte del formaggio e quello dolce delle patate. 
 
Farina       saraceno
farina     bianca
burro
patate
verze
altra verdura
bitto
valtel. casera
altro formag.
f.     grattugia
salvia
aglio
altri      ingrdienti
giallo                           zafferano
400
100
100
350
250
250
150
accademia del pizzocchero
400
100
200
250
200
250
150
buonissimo
50
250
100
150
300
20
donna                          moderna 1
300
300
300
300
1000
250
200
150
latte, uova
donna                          moderna 2
250
100
150
250
400
250
si
cucchiaio                     d'argento
150
75
100
1 patata
40
140
q.b
Latte,  uova  cipolla